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Cronaca

Attentato a Ranucci: Lavitola nega ogni addebito davanti ai pm, sei gli indagati per la bomba del 16 ottobre

Close-up of a hand resting on a desk near a stack of investigative documents and newspaper clippings.
Immagine simbolica · cottonbro studio / Pexels

Fedeltà media

Arco delle fonti

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Testo neutro generato da IA e revisionato da un editor umano prima della pubblicazione.

Un ordigno esplosivo è stato fatto detonare fuori dall'abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore del programma Report di Rai, il 16 ottobre 2025. L'auto di Ranucci e quella della figlia sono andate distrutte. Il 30 giugno 2026 sono state arrestate quattro persone in qualità di presunti esecutori materiali dell'attentato: Pellegrino D'Avino e sua moglie Marika De Filippi (posta ai domiciliari), Saverio Mutone e Antonio Passariello, 53 anni, ritenuto uno dei capi del gruppo. Secondo il giudice, su di loro gravano elementi gravi, precisi e concordanti a ritenere che abbiano preso parte all'azione criminosa, messa in atto in cambio di denaro. D'Avino era l'unico a interfacciarsi con l'intermediario.

In tutto sono sei gli indagati a vario titolo, tra cui Valter Lavitola, ex imprenditore ed ex direttore del quotidiano Avanti. La Procura di Roma lo accusa di essere il mandante dell'attentato, contestandogli i reati di strage e associazione per delinquere di tipo mafioso. L'abitazione di Lavitola è stata perquisita e sono stati sequestrati il computer e i telefoni.

Secondo gli inquirenti, l'intermediario tra Lavitola e il gruppo criminale sarebbe stato Gomes Clesio Tavares, 47 anni, dipendente di Lavitola che avrebbe gestito contatti, auto e coperture per l'attacco. Tavares si trova attualmente in Camerun. Davanti ai pm, Lavitola ha sostenuto che Tavares si trova spesso in Camerun, come riscontrabile dal passaporto, e che è nel suo Paese di origine per un affare sul carbon credit.

L'8 luglio 2026 Lavitola è stato interrogato per circa due ore dal procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi. Si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande ma ha reso lunghe dichiarazioni spontanee, affermando: «Non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente». Ha dichiarato di essere sconcertato alla luce del rapporto di fraternità che lo lega a Ranucci. Ha riconosciuto di essere stato nei pressi dell'abitazione di Ranucci circa un mese prima dei fatti, spiegando che si recava spesso a trovare il giornalista. Al termine dell'interrogatorio, Lavitola ha lasciato il palazzo di giustizia da un'uscita secondaria insieme al difensore Sergio Cola.

Ranucci si è detto stordito e sconcertato. Ha definito Lavitola un amico e ha affermato di essere certo che non avrebbe mai voluto fare del male a lui né alla sua famiglia. Ha inoltre ipotizzato che l'ordigno fosse un messaggio destinato a qualcun altro e che servisse a fermare una notizia per Report. L'avvocato di Ranucci, Roberto De Vita, ha dichiarato che qualora si accertasse il coinvolgimento di Lavitola, Ranucci sarebbe una seconda volta vittima, e ha criticato alcune ricostruzioni giornalistiche e dichiarazioni politiche che rischiano di essere strumentali a una delegittimazione del giornalista e della sua trasmissione. De Vita ha invitato ad attendere gli sviluppi delle indagini condotte dalla Procura di Roma e dal Nucleo investigativo dei Carabinieri.

Il difensore di Lavitola, l'avvocato Sergio Cola, ha dichiarato che il suo assistito è sconvolto dalle accuse, dato lo stretto e fraterno rapporto di amicizia con Ranucci, confermato dallo stesso conduttore.

Sul movente sono state avanzate diverse ipotesi. Secondo un colloquio rilasciato da Lavitola al giornalista Giacomo Amadori de La Verità, l'ex imprenditore avrebbe raccontato di aver lavorato a un progetto per lanciare Ranucci come possibile candidato premier per la coalizione di centrosinistra, commissionando un sondaggio i cui risultati avrebbero attribuito a Ranucci la capacità di far guadagnare punti consistenti alla coalizione. Il sondaggio sarebbe stato sospeso dopo gli arresti dei presunti esecutori. Ranucci ha confermato di aver ricevuto da Lavitola una griglia di domande da correggere, ma ha negato di aver mai preso in considerazione una discesa in campo, affermando che per lui Report vale di più della presidenza del Consiglio. Lo stesso Lavitola ha fatto notare che l'attentato risale a ottobre mentre il sondaggio era partito solo a giugno per essere poi sospeso, una sequenza che a suo dire non avrebbe avuto senso se l'obiettivo fosse stato costruire un caso politico.

Ranucci ha accusato la Procura di Roma di non aver approfondito il possibile legame tra l'attentato e le inchieste di Report sulla camorra, annunciando che da qui a ottobre usciranno cose importanti.

Fratelli d'Italia ha chiesto chiarezza sul caso e ha dichiarato che i vergognosi teoremi sul coinvolgimento del governo sono stati smentiti, chiedendo la verità. Alcuni commenti politici hanno assunto un tono sarcastico riguardo all'amicizia tra Ranucci e Lavitola.

Per quanto riguarda il possibile successore di Ranucci alla guida di Report, secondo indiscrezioni di stampa il nome favorito sarebbe quello di Federico Ruffo, giornalista Rai cresciuto professionalmente a Report sotto Milena Gabanelli e oggi conduttore di Mi Manda RaiTre. È circolato anche il nome di Giorgio Mottola, poi smentito.