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Cronaca

Gioielliere Roggero condannato in via definitiva dalla Cassazione per l'uccisione di due rapinatori: 14 anni e 9 mesi

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Immagine simbolica · Rana Matloob Hussain / Pexels

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La I sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato la condanna di Mario Roggero, gioielliere di 72 anni di Gallo di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo, per l'omicidio volontario di due rapinatori e il tentato omicidio di un terzo. La pena di 14 anni e 9 mesi, determinata dalla Corte d'Assise d'Appello di Torino, è ora definitiva. La Procura generale presso la Cassazione aveva chiesto la conferma della condanna.

I fatti risalgono al pomeriggio del 28 aprile 2021. Tre uomini con il volto coperto entrarono nella gioielleria di Roggero armati di un coltello e di una pistola che si sarebbe poi rivelata essere un'arma giocattolo. I rapinatori minacciarono il commerciante, la moglie e la figlia, impossessandosi di gioielli e denaro custoditi nella cassaforte. Terminata la rapina, i tre uscirono dal retro del negozio per raggiungere l'auto utilizzata per la fuga.

Fu in quel momento che Roggero impugnò la propria pistola, legalmente detenuta, inseguì i rapinatori nel parcheggio e aprì il fuoco contro la vettura in allontanamento. Nell'azione morirono Giuseppe Mazzarino, 58 anni, e Andrea Spinelli, 44 anni. Il terzo componente della banda, Alessandro Modica, che guidava l'auto, rimase ferito ma riuscì a salvarsi.

Il percorso giudiziario ha visto una condanna di primo grado da parte del Tribunale di Asti, con una pena di 17 anni, poi ridotta a 14 anni e 9 mesi dalla Corte d'Assise d'Appello di Torino. In entrambi i gradi di giudizio era stata respinta l'ipotesi della legittima difesa. La difesa aveva sostenuto che Roggero aveva agito in stato di legittima difesa putativa, ritenendo di essere ancora in pericolo dopo la rapina. I giudici hanno però valutato che l'azione aggressiva dei rapinatori era ormai conclusa al momento degli spari e che non esisteva un pericolo attuale tale da giustificare la reazione armata. Durante il processo di primo grado il pm aveva definito quanto avvenuto dopo la rapina una "esecuzione".

In seguito alla sentenza, Roggero ha annunciato attraverso un video pubblicato sui social la propria disponibilità a costituirsi. "È finita", ha detto, dichiarando di voler passare gli ultimi minuti con i familiari prima di andare in carcere. Roggero ha inoltre lanciato un appello ai suoi sostenitori perché portino avanti la richiesta di una legge "contro le ingiustizie e contro la criminalità sempre più dilagante", aggiungendo: "Sarete voi la mia voce".

Il caso ha suscitato reazioni politiche. Il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini ha dichiarato di ritenere ingiusta la sentenza e si è appellato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere la grazia per Roggero. Roberto Vannacci, leader del movimento Futuro Nazionale, ha organizzato un sit-in davanti al Palazzo di giustizia di Roma e ha chiesto una revisione delle norme sulla legittima difesa. All'appello di Salvini e all'iniziativa di Vannacci si è aggiunto un più ampio dibattito sull'adeguatezza dell'attuale disciplina in materia di legittima difesa, con richieste di intervento parlamentare per riformare la normativa provenienti da diverse parti.

I difensori di Roggero, gli avvocati Stefano Marcolini e Sergio Rovani, hanno espresso delusione e hanno annunciato che valuteranno le motivazioni della sentenza prima di considerare ulteriori iniziative, tra cui un possibile ricorso alla Corte Europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo.

La disciplina della legittima difesa è regolata dall'articolo 52 del Codice penale, modificato in modo sostanziale dalla legge n. 36 del 2019. La norma stabilisce che non è punibile chi commette un fatto per difendere un proprio o altrui diritto quando è costretto dalla necessità di respingere un'aggressione ingiusta. La riforma del 2019 ha rafforzato la tutela di chi reagisce all'interno del proprio domicilio o del luogo di svolgimento di un'attività commerciale, introducendo una presunzione di proporzionalità in determinati casi e il riferimento al "grave turbamento" per tenere conto dello stato psicologico di chi subisce un'aggressione violenta e improvvisa. La riforma non ha però eliminato il ruolo del giudice nella valutazione delle circostanze concrete: la dinamica dell'aggressione, il comportamento delle persone coinvolte, il momento della reazione e l'esistenza di un pericolo attuale al momento della reazione restano elementi centrali per stabilire se l'uso della forza sia giustificato.