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PoliticaMeloni e Frederiksen lanciano un fronte europeo a 22 sull'immigrazione: chiesti centri di rimpatrio in Paesi terzi

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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la premier danese Mette Frederiksen hanno inviato un messaggio congiunto ai 27 Paesi dell'Unione Europea chiedendo un'azione decisa contro l'immigrazione incontrollata e l'istituzione di centri di rimpatrio in Paesi terzi, i cosiddetti return hub. L'iniziativa, resa pubblica nei primi giorni di agosto 2026 sulla scia della crisi migratoria di Ceuta, ha raccolto l'adesione di 22 governi europei mediante una lettera indirizzata ai vertici Ue. Tra le assenze più significative figurano la Spagna di Pedro Sánchez, la Francia di Emmanuel Macron, oltre a Portogallo, Lussemburgo e Irlanda. I firmatari chiedono una riunione straordinaria dei ministri dell'Interno, un rafforzamento della capacità europea di proteggere le frontiere esterne, maggiore sostegno a Frontex e una più stretta cooperazione con il Marocco.
L'asse tra Meloni e Frederiksen, rispettivamente leader di Fratelli d'Italia e del Partito Socialdemocratico danese, affonda le radici nei primi mesi del governo Meloni. La prima tappa pubblica del rapporto bilaterale risale all'aprile 2023, quando Frederiksen si recò a Roma per incontrare la premier italiana. Da allora le due leader hanno cooperato su più fronti: nel maggio 2024 firmarono insieme ad altri Stati la cosiddetta lettera dei 15, che chiedeva alla Commissione europea di esplorare soluzioni innovative per la gestione della migrazione irregolare; nell'ottobre 2024 promossero con il primo ministro olandese Dick Schoof una riunione informale a Bruxelles su return hub, Paesi terzi sicuri e cooperazione lungo le rotte migratorie; nel maggio 2025 portarono in Consiglio d'Europa una lettera di nove Paesi sull'interpretazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo in materia di migrazione.
La lettera dei 22 segna un'evoluzione del linguaggio rispetto alle precedenti iniziative. I governi firmatari parlano di massicci attraversamenti incontrollati, di strumentalizzazione della migrazione e di possibili minacce ibride, inquadrando il fenomeno non solo come questione di asilo e rimpatri ma anche come potenziale strumento di pressione geopolitica. La missiva contiene inoltre riferimenti al rispetto dei valori europei da parte di chi arriva nei Paesi dell'Unione, indicando un ampliamento del terreno di intesa tra Roma e Copenaghen dalla gestione dei flussi alla tutela dell'identità culturale europea.
Sul dossier della Groenlandia, l'intesa tra le due leader ha conosciuto limiti. Nel gennaio 2026, dopo le rivendicazioni di Donald Trump sul territorio danese, Meloni sottoscrisse insieme a Frederiksen e ad altri leader europei una dichiarazione secondo cui la Groenlandia appartiene alla sua popolazione. Nei giorni successivi la premier italiana adottò però un tono più prudente, descrivendo l'amministrazione statunitense come impegnata nell'uso di metodi assertivi e scartando l'ipotesi di un'azione militare, mostrando un equilibrio tra solidarietà europea e rapporto con Washington.
Le reazioni politiche all'iniziativa sono state divergenti. Il deputato di Alleanza Verdi Sinistra Angelo Bonelli ha accusato la presidente Meloni di cavalare il tema dell'immigrazione per convenienza elettorale, sostenendo che la vera emergenza sia la crisi climatica. Secondo alcune analisi, la convergenza tra Meloni e Frederiksen ha creatato tensioni all'interno dell'area progressista europea, dove la posizione della premier danese sui temi migratori è considerata eterodossa rispetto al suo campo politico. Il Partito Popolare Europeo ha a sua volta esercitato pressioni per un inasprimento delle politiche migratorie comuni.
Il Patto europeo sulla migrazione e l'asilo, approvato nel maggio 2024 e divenuto applicabile dal giugno 2026, costituisce il quadro normativo di riferimento entro cui si inseriscono le proposte di Meloni e Frederiksen. Restano aperti i nodi giuridici sui return hub in Paesi terzi e sull'interpretazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, su cui la Corte di Strasburbo non si è ancora pronunciata in merito alle nuove iniziative.